Intervista a Claudio Sottocornola: “La straordinarietà della vita ci sorprende sempre con la sua autenticità, l’unica forma di normalità in grado di affascinarci”

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In attesa della prossima uscita,  nel mese di agosto, in formato ebook, dell’inedito libro di Claudio Sottocornola, Parole buone, abbiamo contattato l’autore, così da parlare insieme del citato nuovo lavoro, anche alla luce della difficile situazione che stiamo vivendo da qualche mese a questa parte causa la nota emergenza sanitaria scatenata dalla diffusione pandemica del Covid 19.

Ciao Claudio, sta per uscire una tua nuova pubblicazione, Parole buone, scritta prima dell’esplosione, deflagrante ed improvvisa, dell’emergenza sanitaria tuttora in corso, ma credo che le riflessioni, i pensieri, le disamine presenti nelle sue pagine siano alquanto consone alla situazione che stiamo vivendo, di profonda crisi, economica certo, ma anche morale. Mi piacerebbe riflettere con te proprio sulla parola “crisi”: le viene solitamente conferita un’accezione negativa, considerando però la sua etimologia possiamo notare come essa derivi dal verbo greco κρίνω, ovvero “separare”, utilizzato ai tempi per indicare la fase conclusiva della raccolta del grano, il distacco dei chicchi dalle brattee che li racchiudono. Ecco allora che il suddetto termine perde il suo significato ostile, palesando un momento evolutivo, una fase di transizione in cui si procede verso un inedito atteggiamento esistenziale. Ritieni che ciò sia tuttora possibile?

Claudio Sottocornola

“Per restare in metafora, direi che la risposta alla crisi dipenderà – proprio come nella celebre parabola evangelica – dalla disposizione del terreno di fronte alla semina, che in questo caso è la crisi ingenerata dalla pandemia di Covid-19. Molti, e li vediamo ahimè quotidianamente nei Tg nazionali, vivono  come se la tragedia che ha devastato il Paese fosse passata invano e, fra spiagge, piazze e locali vari, alimentano assembramenti che non promettono nulla di buono, e spiace constatare che spesso si tratta di giovani in cerca di stordimento, incuranti del pericolo di contagiare terzi, in gran parte anziani o cagionevoli di salute. Altri invece, e se ne coglie l’eco, hanno imparato la lezione, magari anche attraverso una perdita dolorosa: così riscoprono l’essenzialità delle cose che contano nella vita, come famiglia, affetti, le piccole estasi quotidiane, fatte di un caffè al bar o di una chiacchierata con gli amici, cioè il dono dell’alterità, degli altri non più percepiti con fastidio ma, nella fase di una prolungata quarantena, come preziosa occasione di cui eravamo stati privati. E la riscoperta dell’alterità come valore, in questo lungo periodo di lockdown, sembra essersi accompagnata a quella della contingenza: ci siamo tutti resi conto di essere in pericolo e quindi fragili. A Bergamo, dove abito, è stato impressionante assistere alle sfilate di camion militari che, nella notte, trasportavano  fuori regione, nei forni crematori di mezza Italia, le salme che dovevano essere cremate e che non riuscivano ad esserlo in città a causa del loro numero elevato. Scoprirsi fragili nell’ordine dell’essere permette però anche di scoprirsi preziosi e insostituibili, e a chi resta di affrontare la vita con un senso di stupore e responsabilità che può fare la differenza. Così, sia la scoperta dell’altro che la consapevolezza della propria caducità aprono ad un’esperienza di trascendenza, ovvero di senso che va oltre il nostro io empirico, e che ciascuno esprimerà in forme proprie, ma che costituisce senz’altro un guadagno incommensurabile”.

Non so sei d’accordo, ma credo che a tutt’oggi il concetto di “ diversità” venga considerato come una scriminante e non quale valore aggiunto di una concreta eguaglianza, che in essa attinge  per assurgere a pilastro portante di una necessaria umanità. Quest’ultima spesso vaga smarrita nei meandri labirintici di un presunto moderno efficientismo, l’illusorietà a lungo coltivata e ricercata della perfezione assoluta, tanto nell’aspetto fisico quanto negli atteggiamenti esistenziali esternati nei confronti di noi stessi e con quanti ci andiamo a confrontare lungo il nostro quotidiano percorso…

“Come sostengo anche nel libro, sono sempre più affascinato dalla bruttezza, ovvero da ciò che il sistema ritiene tale e che, invece, spesso esprime una forma di bellezza più alta e non convenzionale. Le merci si propongono in forme levigate, profumate e luccicanti, come da cliché. La bellezza come dato biologico e la correlata giovinezza, insieme alla forza fisica e alla efficienza tecnica, impongono ovunque una estetica epidermica e cinica. Michel Houellebecq, in La possibilità di un’isola, esemplifica chiaramente le derive di un tale approccio: Quando l’amore fisico sparisce, sparisce tutto; un’irritazione cupa, senza profondità, viene a riempire la serie dei giorni. E sull’amore fisico non mi facevo illusioni. Giovinezza, bellezza, forza: i criteri dell’amore fisico sono gli stessi del nazismo. Da un punto di vista etico, infatti,  l’efficientismo dominante sembra imporre il sacrificio della vita e delle sue relazioni: Ho scoperto che non lavoro per vivere ma vivo per lavorare e quindi sono sacrificabile, dichiara un operaio bergamasco della Val Seriana,  in un intervista apparsa nel pieno dell’epidemia di Covid su Gli stati generali, a proposito delle priorità economiche (interessi industriali internazionali) che hanno impedito la delineazione di una zona rossa a Nembro ed Alzano Lombardo e altre misure precauzionali in valle, con la conseguente ecatombe bergamasca (6000 morti) di cui si è parlato in tutto il mondo. Viene spontaneo il riferimento a  quella banalità del male di cui parlava Hannah Arendt a proposito degli aguzzini nazisti, visti come grigi burocrati e tecnici amministrativi più che demoni e mostri, che oggi potrebbe applicarsi alla nostra società efficiente che non ha più spazi per la cura e le relazioni, mentre idolatra prestazione ed efficienza. E tutto questo devitalizza la vita, spegne il desiderio, inibisce la fantasia, soffoca l’autenticità e le relazioni. La gente lavora, si distrae in modo sempre più virtuale e solitario, si nutre e si riposa. Ma non sogna più, non coltiva più il desiderio, non immagina più un futuro diverso, perché non si ascolta e non riconosce la voce del proprio dàimon interioreche la spinge a osare, a vivere, a liberarsi. Solo però prestando attenzione al limite, all’imperfezione, alla fragilità, al tempo che passa, riscopriremo il sapore del presente che vola via e capiremo chi siamo, da dove veniamo, dove vogliamo andare. Ci riapproprieremo di quella consapevolezza del sé che si è persa nel mero funzionamento del sé, entro quella civiltà tecnicistica che ci vorrebbe ridurre a meri ingranaggi”.

Si invoca dappertutto un ritorno alla “normalità”, ma a volte questo termine cela le vestigia di un’artefatta realtà, tanto da poter essere definita “una brutta parola”, come sottolineava la nonna resa con realistico disincanto e sorniona ironia  da Ilaria Occhini in Mine vaganti (Ferzan Özpetek, 2010). Cosa possiamo dunque realisticamente definire “normale” allo stato attuale delle cose?

“Spesso si identifica la normalità con la medietà, e più ancora con la mediocrità. Così fan tutti… diventa un parametro di riferimento che, entro una società in degrado, produce una rincorsa verso il peggio, l’ordinario, il banale, percepito come norma e indizio di buona salute. Lo vediamo anche nei nostri sistemi scolastici, dove i criteri di valutazione tendono sempre più alla gratificazione dell’allievo e, di fatto, gli impediscono una realistica percezione di sé. Lo vediamo nei mass media che propongono modelli epidermici e inconsistenti a un pubblico sempre più inerme e imitativo. Lo vediamo ancor più nei social media, dove si premia la goliardata, l’esibizionismo gratuito, l’appiattimento delle opinioni (chi parla spesso parla da incompetente ma si crede un maître à penser). Anche se permane una zona franca dove si costruisce il mito dell’eccellenza, esemplificato però da soggetti economicamente potenti o mediatici, la nostra è, perlopiù,  una civiltà che considera a tal punto importante la conformità al branco, da ignorare ciò che un essere umano qualifica, ovvero il suo sforzo, il suo effettivo lavoro, la sua nobiltà esistenziale. Così si diffida degli aristoi dell’anima, che affilano la loro esistenza per raggiungere la libertà interiore, la sapienza di cuore e mente, l’eccellenza della virtù, proprio perché smentiscono tutta una antropologia materialistica e consumistica che, avvertendo il pericolo, tenta di sopprimerli attraverso la più radicale indifferenza. Intanto, nel sospetto di ogni eccellenza, ci si affretta a premiare la quantità o maggioranza, in una cascata al ribasso dove sembra meglio tutelato il mediocre, il pigro, il conformista. È questa normalità, heideggerianamente banale, che  i più rincorrono, anche attraverso l’adeguamento a mode, tendenze, sistemi di pensiero dominanti. Ciò che per costoro conta è “essere dentro” la norma, identificata da loro con l’onda passeggera che, in realtà, rapidamente si estinguerà, lasciandoli spiaggiati. Non c’è bisogno di essere Eraclito o Dante per comprendere  che oggi è più che mai necessario fare parte per se stessi, ovvero rientrare agostinianamente in sé, non per scegliere il disimpegno, ma per tornare nell’arena di una società disorientata e confusa con una bussola funzionante in mano e una mappa credibile del viaggio che vogliamo intraprendere. Dunque, no alla chiacchiera e alla mera consuetudine, sì all’introspezione e alla creatività, no alla mediocrità e alla convenzione, sì alla straordinarietà della vita che ci sorprende sempre con la sua autenticità, che è poi l’unica forma di normalità in grado di affascinarci.  

Credo che sia stato raggiunto, citando Pier Paolo Pasolini, un progresso materiale ma lontano da una vera e propria evoluzione, considerando come l’uomo, l’essere umano, abbia generalmente smarrito le direzioni della condivisione e il senso di una comune appartenenza. Come dunque recuperare e far fruttare nuovamente determinati valori, gli evangelici talenti (Mt  25,14-30) dateci in dono?

Sottocornola con la sorella Augusta

“La perdita di identità e senso di appartenenza, comprensibile alla luce dei  processi di mondializzazione in atto, è tanto devastante nella vita dei singoli e delle comunità quanto funzionale al sistema capitalistico contemporaneo. Le masse amorfe e spersonalizzate sono infatti le ideali reclute del consumismo più sfrenato, che le illude circa la possibilità di plasmarsi identità e appartenenze attraverso lo shopping, che trasforma un’auto, un paio di scarpe o di jeans in medium verso una più eletta condizione di vita. C’è una sorta di gloria conferita dalle merci, che però può convincere solo chi sia privo di affetti, memoria, identità, valori incommensurabilmente più alti. La posizione politico-filosofica che, nel mondo odierno,  si contrappone di più a questa deriva individualistica è quella che va sotto il nome di comunitarismo, il cui più noto esponente è Alasdair MacIntyre, che intende rifarsi ad Aristotele e, più in generale, alla concezione solidaristica e comunitaristica, di tradizione greca e cristiana, della virtù. Secondo tale teoria, nella società classica e  medievale ogni individuo avrebbe un ruolo e un rango prestabilito entro un sistema ben definito, le cui strutture più importanti sarebbero quelle della parentela e del casato. In una società del genere un uomo riconoscerebbe immediatamente il proprio ruolo, sapendo anche che cosa deve e che cosa gli è dovuto nei suoi rapporti con gli altri. Secondo MacIntyre, in questa fase liquida, occorre quindi costruire forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i secoli oscuri che si vanno preparando. E conclude: Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso (Dopo la virtù). Insomma, solo attraverso il riconoscimento dell’alterità e dunque delle relazioni reali entro una comunità è possibile far sbocciare una nuova civiltà, improntata a empatia e caritas”.

Nel salutarci, ringraziandoti per la disponibilità, ti chiedo una riflessione su un’affermazione di Paul Valéry, Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta, che ritengo ben rappresenti le attuali incertezze.

“È vero, le nostre aspettative per il futuro non sembrano rosee perché il presente è problematico. Ma, come si diceva all’inizio, le crisi possono essere foriere di svolte, cambiamenti, sviluppi, evoluzioni, e dunque, anche se il futuro immediato – come acutamente sottolineava Emanuele Severino – è la tecnica planetarizzata con il rischio di una conseguente alienazione antropologica, sui tempi lunghi questa pàssio condurrà inevitabilmente alla scoperta o riscoperta di quanto siamo comunque fragili (e il Coronavirus ce l’ha ricordato) e al recupero della nostra umanità integrale, riconciliata col suo desiderio di trascendenza. La globalizzazione poi, se uscirà dalla logica di occidentalizzare il mondo e di convertirlo al capitale o, quantomeno, se fallirà in ciò, potrebbe aprire le porte di grandi sinergie interculturali e di una nuova civiltà empatica, non-violenta, solidale. Dobbiamo quindi lavorare nel presente per rendere possibile questo domani, vincendo lo scoraggiamento e il pessimismo che spesso ci attraversano, consci del fatto che ogni spazio-tempo è il luogo di una possibile salvezza e che il mondo a venire recherà comunque l’impronta del nostro Dna”. (Dal blog Sunset Boulevard)

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