Intervista al cantautore Vittorio Merlo: “le mie canzoni sono come un diario di bordo dove annoto i miei sfoghi, le mie passioni, la mia malinconia e felicità”

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Ho avuto modo di conoscere il cantautore Vittorio Merlo qualche anno addietro, un’intervista per Radio Gamma Gioiosa e da allora in poi ci siamo mantenuti in contatto attraverso i social. In questi giorni mi ha comunicato l’uscita del suo ultimo singolo, Il mio nome era Bufalo Bill ed una volta ascoltato il brano ho inteso intervistarlo, così da chiacchierare un po’ su questa sua ultima realizzazione e sulla sua attività.

Vittorio Merlo

Vittorio, hai alternato la tua attività lavorativa, bibliotecario per 35 anni tra Milano e Lussemburgo, con la passione per la musica, coltivata quest’ultima fin da ragazzo. Ascoltando le tue canzoni si nota una profonda impronta cantautorale ed una felice poliedricità riguardo le varie tematiche affrontate, dall’impegno sociale (La ballata del Sindaco Pescatore, 2016, a sostegno dell’Associazione Angelo Vassallo) all’analisi attenta di un mondo in frenetico cambiamento (C’è ancora tempo, 2015), arrivando infine alla tua ultima realizzazione, il singolo Il mio nome era Bufalo Bill, omaggio a Francesco De Gregori. Quanto la musica riflette il tuo modo d’essere, la tua personalità?

“Per quello che è possibile, molto. Ho sempre vissuto la forma canzone come un modo per trasmettere le proprie emozioni e sensazioni, di là delle tematiche toccate. Nella vita di tutti i giorni seguo molto la politica ma anche lo sport, ho una famiglia numerosa che influisce molto sui ritmi delle mie giornate, mi piace cucinare, viaggiare, amo il mare, la cultura. Questa varietà di interessi si riflette poi anche nelle mie canzoni che quindi possono essere molto diverse: come Buongiorno Buonasera dedicata al Mediterraneo, o Non sopporto i Berlusconi, Ferrari, Vorrei essere Simone Cristicchi, per non parlare delle canzoni dedicate ai miei figli o a mio padre. Dico spesso che le mie canzoni sono come un diario di bordo dove annoto i miei sfoghi, le mie passioni, la mia malinconia e felicità”.

Soffermiamoci ora sulla citata tua ultima realizzazione, Il mio nome era Bufalo Bill. Come nasce l’idea di questo brano, il cui testo riprende, in una suggestiva e raffinata composizione, venticinque versi tratti da altrettante canzoni di De Gregori?

“L’idea è nata rileggendo un articolo che parlava della causa per plagio intentata contro De Gregori dagli autori di Zingara, cantata e portata al successo da Iva Zanicchi e Bobby Solo. Nel suo LP Prendere e lasciare De Gregori aveva inserito la canzone Prendi questa mano Zingara, che cita esplicitamente il ritornello di quella canzone. La causa è durata quasi vent’anni e dopo il giudizio di primo grado che condannava De Gregori, in quest’articolo che stavo rileggendo il cantautore romano si sfogava dicendo che “la musica, al pari di altre forme d’arte, è un continuo gioco di citazioni e recuperi. Mi sembra che l’ordinanza contraddica una linea di tendenza culturale significativa di questi ultimi decenni. Sarebbe come se la Campbell’s avesse impedito ad Andy Warhol di riprodurre la famosa lattina della minestra nelle sue celebri e straordinarie opere”.Poi per la cronaca in secondo grado De Gregori fu assolto. Tuttavia questa sua idea delle citazioni nelle forme d’arte mi rimase in testa al punto di farmi venire questa idea: scegliere tanti versi dalle sue canzoni per farne un collage che creasse una nuova composizione che avesse una sua struttura autonoma ma che al tempo stesso rievocasse all’ascolto Francesco e il suo mondo musicale. Così è nata l’idea poi naturalmente c’è stato tutto un lavoro di ricerca dei versi giusti, della melodia che fosse originale ma ricordasse anche quella il suo mondo e finalmente il lavoro di arrangiamento e registrazione incui mi sono avvalso ancora della grande professionalità e maestria di Riccardo Zappa. Personalmente mi è piaciuta molto la combinazione di versi che sono riuscito a mettere nella terza strofa: Bella ragazza begli occhi e bel cuore / È quattro giorni che ti amo / Ti ringrazio per avermi stupito / Forse un giorno faremo l’amore / Un sorriso questa sera basterà / Si può anche morire di dolore”.

Viviamo in una società, non so sei d’accordo, in cui, citando Pier Paolo Pasolini, il conquistato progresso,certamente benvenuto, non sempre si accompagna ad una reale evoluzione dell’essere umano.Limitandoci al settore culturale, includendovi quindi anche la musica, non credi che, pur nell’apparente libertà espressiva concessa dai vari mezzi a disposizione,a rischio di generalizzare e fatta salva ogni benvenuta eccezione, vi sia una certa predominanza nel considerare anche la cultura come semplice merce da piazzare sul mercato? Penso alle varie multinazionali e alla loro coltivazione di stereotipi omologanti, buoni per ogni palato.

(QuadriProject)

“Sono d’accordo, parlando di musica le multinazionali, le major per esempio oramai si sono anche intromesse nel mondo indie, al punto che quasi tutto quello che viene prodotto sembra essere indipendente ma in realtà ha alle spalle in questi casi una capacità di marketing e di invasione del mercato che una piccola realtà non potrebbe mai avere. I grandi network radiofonici sono integrati in questo sistema e passano solo la stessa musica, tutti, quindi puoi cambiare canale e alla fine è uguale a quello di prima. In radio può capitare di ascoltare la stessa canzone 5 6 7 volte al giorno fino alla nausea. In Italia poi c’è molto questo uso e getta dei nuovi “talenti” emergenti che spariscono quasi subito. La musica viene consumata e non ascoltata e la cosa sembra andare bene alla massa, la banalizzazione della musica. Spero che prima o poi la gente si stufi”.    

Nel ringraziarti per la disponibilità, ti rivolgo la classica ed inevitabile “domandona” finale: progetti per il futuro, anche considerando la cessazione della tua attività di bibliotecario ?

(4live.it)

“La mia attività di bibliotecario si è conclusa dopo più di 35 anni passati tra le biblioteche pubbliche di Milano e provincia, sette anni alla biblioteca della Bocconi e 25 alla Corte di giustizia europea. Avevo bisogno di modificare i miei ritmi e dedicare più attenzione alla mia famiglia, alla musica e a me stesso. Nel quadro che abbiamo descritto sopra fare musica è sempre più difficile, soprattutto far ascoltare la propria musica. La mia filosofia è di continuare con i miei ritmi, facendo quello che mi piace e sperando che ci sia qualcuno per cui tutto questo è interessante e mi sostiene e incoraggia, cosa che per esempio per quest’ultimo progetto adesso in promozione, è successa con sano entusiasmo. Sono delle nicchie che ci si deve cercare, sapendo usare bene anche la rete e i network sociali. Questo pubblico, per quanto limitato nelle dimensioni, ha il vantaggio di rimanere fedele nel tempo e quindi di dare ossigeno alla propria voglia di far sentire le proprie canzoni”.

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