Un ricordo di Giorgio Faletti

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Potrò sembrarvi retorico amici lettori, ma la scomparsa di Giorgio Faletti, avvenuta ieri, venerdì 4 luglio, a Torino, mi ha suscitato una particolare sensazione, quel sentore di malinconia ed amarezza proprio di quando viene a mancare un amico conosciuto durante la tua adolescenza, capace di donarti all’epoca un po’ di sano buonumore nell’interpretare tutta una serie di personaggi grotteschi e surreali (il Testimone di Bagnacavallo, fustigatore di malcostumi e “devianze”, al grido di “Credete forse che io … E non vi veda?”), quasi da cartone animato (la guardia giurata Vito Catozzo, “porco il mondo cano che c’ho sotto i piedi”), idonei a farsi maschera, rappresentativi di un’Italia che agli inizi degli edonistici anni ’80 inizia ad avvertire repentini cambiamenti sociali, visualizzati, nell’ambito dello spettacolo televisivo (il Drive In di Antonio Ricci), da un’inedita dimensione scenica, fra echi di cabaret, gag da vecchie comiche del muto e reiterati tormentoni. Passano gli anni, scorre veloce la sabbia del tempo, e scopri con piacere come quell’amico, ora non più frequentato assiduamente ma sempre presente nei tuoi ricordi, abbia saputo gestire con intelligenza un’innata poliedricità, non rinnegando quanto il piccolo schermo gli ha dato in termini di popolarità, ma deciso a tentare nuove strade, mantenendo intatti i pregi che gli sono propri, in qualità di uomo ed artista, coerenza, ironia e disincanto.

 

Faletti, siamo nel 1988, esordisce in campo musicale con un mini album, Colletti bianchi, colonna sonora di un’omonima serie televisiva (regia di Bruno Cortini, Italia 1) della quale è anche fra i protagonisti, primi passi di un particolare percorso che da Disperato ma non serio (1991, comprendente la spensierata hit estiva Ulula), passando per Mina (Traditore, brano incluso in Caterpillar, sempre del 1991) e Orietta Berti (Rumba di Tango), sua compagna artistica al Festival di Sanremo del 1992, arriva a Signor tenente, ancora Sanremo, due anni dopo il citato debutto. Un brano che nella sua essenzialità “parlata” dopo l’introduzione apparentemente melodica, lascia il segno ricordando le stragi di Capaci e Via d’ Amelio e mettendo in evidenza tutta la rabbia e l’impotenza di chi vede il proprio quotidiano impegno al servizio dello Stato, fra mansioni di faticosa routine e complesse operazioni a rischio della vita (“Ma quanto tempo dovrà passare per star seduto su una volante/ La voce in radio ci fa tremare, che di coraggio ne abbiamo tanto/ Ma qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti con il coraggio della paura”), dileggiato da un’esibita protervia delinquenziale. Faletti ottiene il secondo posto e il Premio della critica.

 

L’anno successivo dal palco sanremese stupirà ancora una volta con L’assurdo mestiere, elegiaca preghiera, soffusa d’ironia e malinconia in egual misura, idonea a svelarne il lato più introspettivo, che sinora l’artista aveva esorcizzato servendosi di battute e guizzi da consumato attore di cabaret. Ma il nostro non è del tutto soddisfatto, vi è qualcosa dentro di sé che lo stimola a proporsi in una veste inedita ma sempre fedele alla sua indole caratteriale e all’evidente duttilità artistica. Così, dopo un esordio come scrittore che sembra ripercorrere l’iter intrapreso da altri colleghi, portare sulla carta quanto già delineato in scena (Porco mondo che ciò sotto i piedi per Baldini e Castoldi, dedicato all’ormai celebre Catozzo), nel 2002 Faletti spiazza definitivamente pubblico e critica con il bel thriller Io uccido, il primo di altri sei romanzi (l’ultimo è Tre atti e due tempi, 2011), accompagnati nel corso degli anni anche da una serie di racconti, che manterranno sempre un particolare effetto “deflagrante” ad ogni loro uscita.

 

Il cinefilo non può poi dimenticare le interpretazioni sul grande schermo, dove il suo aplomb, a tratti luciferino, ha avuto la resa migliore nel ruolo del professore di Lettere Antonio Martinelli, meglio noto come “la carogna” in Notte prima degli esami, 2007, di Fausto Brizzi, patimento dello studente Luca Molinari (Nicolas Vaporidis), ma anche in quello dello spietato boss malavitoso “il Primario” nel film d’esordio di Marco Martani, Cemento armato, 2007, nuovamente tormento del citato Vaporidis, ricordando poi Baaria (Giuseppe Tornatore, 2009) e Il sorteggio (Giacomo Campiotti, stesso anno). Riannodando il filo dei ricordi, per una volta tanto a colori e non così distanti nel tempo, la tristezza iniziale è andata scemando, rimangono dentro molte cose belle ed una frase, tratta dal suddetto Notte prima degli esami, espressa nei confronti di Luca, a suggellare la piena compiutezza artistica propria di chi ha saputo rinnovarsi negli anni restando in fondo se stesso: “L’importante non è quello che trovi alla fine di una corsa. L’importante è quello che provi mentre corri”.

 

 Dal blog Sunset Boulevard

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