Men in Black 3

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Sequel e allo stesso tempo prequel della saga di Men in Black avviata nel ’97 sulla base dell’omonimo fumetto di Lowell Cunningham, illustrato da Sandy Carruthers ( Arciel Comics), e proseguita nel 2002 con un secondo capitolo un po’ fiacco, pur mantenendo intatta l’abilità di coniugare la fantascienza con toni sanamente ridanciani, questo numero tre si palesa sin dalle prime scene come un onesto prodotto d’intrattenimento, che fa dello humour e della suadente inventiva di Rick Baker nel creare le varie creature extraterrestri i suoi pregi essenziali.

Tutto ha inizio con la fuga dalla prigione lunare del boglodita Boris (Jemaine Clement): suo scopo è quello di tornare indietro nel tempo, al 16 luglio ’69 , la data di lancio dell’ Apollo 11, così da evitare l’arresto da parte dell’agente K (Tommy Lee Jones) e ucciderlo. Intanto, nella sede operativa dei MIB, l’agente O (Emma Thompson) è il nuovo capo, dopo la morte di Z, al cui funerale K dispensa poche parole in suo ricordo, lasciando sempre più attonito il collega J (Will Smith) su tale aridità di sentimenti, cercando invano di comprendere le ragioni: la possibilità al riguardo gli verrà offerta, complice l’alterazione temporale che si è venuta a creare, K dato per morto e la Terra sul punto d’ essere invasa dagli alieni, da un “salto” che gli permetterà un ritorno al passato …

Se la regia di Barry Sonnenfeld, già autore dei suddetti precedenti capitoli, si dimostra nel complesso valida, per quanto strettamente di mestiere, senza particolari slanci e con qualche momento di stanca, la sceneggiatura di Etan Cohen da par suo non ha certo nell’inventiva o nell’originalità i punti di forza: cavalcando con discreta disinvoltura i paradossi temporali o, meglio, riuscendo a farceli accettare in tal guisa, il richiamo alla saga di Ritorno al futuro mi è parso piuttosto evidente, in particolare nel visualizzare il concetto che se proprio non si possono mutare gli eventi della Storia, è sempre possibile maturare la consapevolezza di essere padroni del proprio destino, operando almeno per la buona riuscita di determinati accadimenti, venendo a conoscenza, comprendendole, delle problematiche che hanno portato nel tempo le persone a noi care ad essere quelle che ora sono.

La pellicola si regge sull’ironia e simpatia dei protagonisti, anche se tra il sin troppo ciarliero Smith e un Jones definitivamente granitico, e che appare praticamente ad inizio e fine film, a prevalere è il suo “sosia” ventinovenne, Josh Brolin, molto bravo nel riprenderne e somatizzarne le caratteristiche comportamentali, senza cadere nella facile caricatura. Vi è poi qualche chicca sparsa qua e là, come un Andy Warhol che scopriamo essere in realtà un agente infiltrato, o la bella sequenza del salto temporale, un viaggio velocizzato tra le varie epoche, sublimando ancora una volta nell’ironia i tratti storici più rilevanti, dove finalmente il 3d trova una sua giustificazione, ma sempre troppo poco per ovviare all’effetto farlocco, nella sensazione primaria che si sia ormai arrivati al capolinea: caro Spielberg (produce la sua Amblin), fermiamoci qui, non costringerci a prender in mano il neuralizzatore e a sparaflashare…

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